Kimono d'Oro
dimensioni: L 1.03 m x l x A 1.35 m
spessore del vetro : 3 mm
supporto in legno
vernice incolore e acrilica Lefranc Bourgeois
colla per legno
Kimono d'Oro
dimensioni: L 1.03 m x l x A 1.35 m
spessore del vetro : 3 mm
supporto in legno
vernice incolore e acrilica Lefranc Bourgeois
colla per legno
Da un kimono cerimoniale giapponese, Musée du quai Branly – Jacques Chirac
Quest’opera monumentale trasporta in un intarsio di vetro uno dei più sontuosi uchikake dell’epoca Edo (1603–1868), un mantello cerimoniale indossato dalle dame dell’alta società durante le celebrazioni imperiali o familiari. Nel Giappone di quel periodo, l’abito non era mai un semplice ornamento: costituiva un vero linguaggio simbolico, un segno preciso di rango, virtù, prosperità e continuità dinastica.
L’artista si ispira qui a un kimono i cui motivi, tipici delle grandi botteghe di tintura e ricamo di Kyoto, erano concepiti come talismani visivi. La gru, che domina la parte superiore della composizione, è uno dei simboli più antichi della cultura giapponese: incarnazione della longevità, messaggera degli dei, rappresenta il desiderio di un destino armonioso. Nell’estetica delle corti aristocratiche appare spesso nei matrimoni, nelle nascite o nelle celebrazioni del Nuovo Anno.
Al centro, il leone sacro (shishi) — guardiano mitico introdotto in Giappone attraverso le rotte culturali provenienti dalla Cina — protegge dagli spiriti malevoli. La sua presenza sui tessuti cerimoniali risale ai riti shintoisti e alle danze rituali del Nuovo Anno, in cui si credeva che lo shishi mordesse simbolicamente per allontanare la sfortuna e attirare la buona sorte. Sotto questo volto fiammeggiante, la tartaruga millenaria (minogame), con la sua lunga coda di alghe, prolunga l’auspicio di una longevità eccezionale: era uno degli attributi degli dei della felicità, in particolare del dio della saggezza, Jurōjin.
Le evocazioni marine, gli stemmi familiari (mon), i ventagli di corte e i motivi di corde rituali rimandano direttamente all’estetica della fine del periodo Edo, epoca in cui il raffinamento tessile raggiunge il suo apice e ogni simbolo è concepito per trasmettere un auspicio: prosperità, fecondità, equilibrio delle forze naturali.
Trasponendo questo vocabolario iconografico nell’intarsio di vetro, l’artista non realizza una semplice copia: offre una lettura contemporanea della sontuosità tessile giapponese. Il vetro, con le sue fratture, le sue trasparenze e i giochi di luce, sostituisce il filo di seta ma conserva la minuziosità dell’artigianato antico. I rossi profondi e gli ori, un tempo ottenuti con tinture naturali o ricami metallici, ritrovano qui un’intensa brillantezza minerale.
Quest’opera diventa così un ponte tra due artigianati d’eccellenza: la tradizione tessile dell’epoca Edo e l’arte vetraria contemporanea. Rivela come un oggetto cerimoniale carico di storia, nato nei circoli aristocratici e giunto fino al Musée du quai Branly, possa rinascere oggi sotto forma di un pannello luminoso in cui memoria, mito e materia si uniscono per celebrare un patrimonio universale.